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Richiesto di approntare in appendice al presente volume una nota sulle vicende storiche che hanno interessato il Rione “Giovani Maestri”, di cui sono l’attuale presidente, ho aderito con entusiasmo, ma anche con un po’ di perplessità; infatti scrivere intorno a eventi memorabili che riguardano il nostro Rione non è faccenda da prendere alla leggera, soprattutto perché la documentazione esistente è alquanto lacunosa. Rovistando fra i numerosi episodi che ci riguardano, e di cui si ha notizia più per sentito dire che fondata su documenti scritti, non sempre è possibile distinguere con certezza quanto appartiene alla verità e quanto è stato trasfigurato dalla leggenda. Il maggior numero di informazioni disponibili deriva dai ricordi di persone anziane che amano perpetuare fra i giovani avvenimenti vari di cui furono testimoni oculari e talvolta protagonisti. Senza tuttavia trascurare tali testimonianze, occorre innanzitutto approfittare delle poche notizie sulle quali si ha completa certezza, e che ci aiutano a fissare con precisione i momenti più significativi che hanno contrassegnato la storia della nostra comunità.

 

La prima notizia sicura che sono riuscito a reperire risale al lontano 1870, e, partendo da essa, e rifacendomi a quanto hanno scritto alcuni storiografi mottesi (Salvatore Randazzo, Giuseppe Conte e Santo Gulisano), proverò a ripercorrere le tappe fondamentali che hanno riguardato il nostro Rione dalle sue origini fino ai nostri giorni. Proprio nell’anno 1870 avvenne che un tal maestro Carlo Sardo musicò una “cantata” per nostro uso esclusivo, e si trattò di tre arie composte in onore di sant’Anastasia, che si cantano ancora oggi e che si ascoltano con piacere per le semplicità e la bellezza della linea melodica.

L’idea piacque molto, e pochi anni dopo, nel 1875, i Campagnoli ebbero una cantata analoga; in tempo successivo ne furono provvisti anche i Panzera. Questi brani si eseguono il 24 agosto di ogni “Festa Ranni”, e sono cantati da tutti gli appartenenti a ogni singolo Rione, con lo sguardo rivolto in direzione del fercolo che trasporta la statua della nostra Santa durante la processione che si svolge nella giornata anzidetta, e che attraversa le principali vie cittadine.

Ma, per essere più esatti, bisogna ricordare che l’origine della nostra istituzione rimanda ai primi decenni dell’Ottocento, e può riconnettersi con la nascita della Congregazione religiosa del SS. Sacramento, della quale si trova traccia in un’epigrafe nella campana maggiore della Chiesa dell’Immacolata, che porta indicato l’anno 1815; tale Congregazione con mezzi propri affiancava l’opera dei sacerdoti che operavano nel nostro paese.


 

Nelle pubblicazioni che ho avuto occasione di leggere si è concordi nell’affermare che negli anni intorno al 1860, sulle ali del cambiamento sociale anelato dai Siciliani dopo lo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Marsala l’11 maggio dello stesso anno, fu fondato a Motta un “Partito Operaio”allo scopo di raggruppare gli appartenenti al ceto sociale di coloro che oggi chiamiamo “tecnici”, e che allora erano denominati “operai”, i quali nella loro attività lavorativa miravano a raggiungere un più alto livello di specializzazione. Dopo anni di apprendistato vi riuscivano, e diventavano “mastri”, perché capaci di trasmettere ad altri le molte conoscenze acquisite. Si distinguevano in mastri edili, fabbri (“chiavitteri”), sarti (“custureri”), mastri d’ascia (falegnami) e altri; al partito dei “Mastri” si aggregarono in seguito varie categorie di piccoli imprenditori che si dedicavano ad attività commerciali, come negozianti di prodotti alimentari (“putiari”), barbieri (“vavveri”), e macellai (“chianchieri”) e sim. Attività di mastro calzolaio, a pochi passi della nostra sede sociale, al n. 41 di Via Vittorio Emanuele, svolse il padre di Giuseppe Di Stefano, tenore famosissimo in tutto il mondo, che in tale abitazione nacque il 24 luglio 1921.

L’antico gruppo di nostri associati era davvero esiguo se confrontato con la gran quantità di contadini e piccoli proprietari terrieri che confluirono nel Partito dei Campagnoli, e queste due realtà per parecchi anni convissero e si scontrarono nel paese. Anche la primitiva divisione dei territori di competenza rispecchiava la classe sociale a cui si apparteneva: il nostro Rione aveva giurisdizione in quello che era il centro nevralgico di Motta, cioè sulla Piazza Umberto I, sede di negozi di vario genere, che qui erano concentrati più che altrove. Ricordo che mio nonno paterno, che apparteneva a una famiglia di macellai e aveva come fratelli un calzolaio e un vigile urbano, vi gestiva una bottega di macelleria.

La piazza anzidetta era allora (e ancora oggi svolge una funzione simile, benché più limitata) luogo d’incontro in cui ci si recava per mantenere contatti con gli amici e per cercare lavoro come bracciante agricolo nelle campagne, e in altri settori artigianali; poiché vi si trovata il palazzo del Municipio, costituiva il centro del paese ed era la sede abituale dei partiti politici (“cammare”).


Uno dei motivi di più forte discordia fra i Rioni spesso ha riguardato le zone di pertinenza, e questo problema sembra almeno per ora risolto, e con buona soddisfazione di tutti. Fin dai tempi passati il territorio dei Campagnoli si estendeva nella parte più antica del centro storico: includeva il castello e la zona che costeggiava l’antica fortezza, nonché una rimanente parte di paese, nella quale insisteva un fitto dedalo di viuzze abbarbicate l’una all’altra sino al termine della cosiddetta “Petra scillichenti” a sud, mentre a est il limite era fissato nella zona chiamata “Puzzu”. Tale estensione fa bene intendere perché i “Mastri” avessero da recriminare, disponendo di un territorio che era di gran lunga più piccolo, benché più importante.

Avvenuta in seguito la scissione dei Campagnoli, con la conseguente formazione del Partito Panzera, che raggruppava i proprietari dei terreni agricoli, il territorio di spettanza assegnato a quest’ultimi comprendeva la zona sud del paese con la già citata “Petra scillichenti”. La situazione rimase per lungo tempo immutata; avvenne però che intorno agli anni 50-60 dello scorso secolo, contraddistinti dal cosiddetto boom economico, Motta subì notevoli cambiamenti, chene ampliarono il perimetro urbano, e di conseguenza ne modificarono la topografia. La zona sud fu interessata da un forte sviluppo edilizio con la costruzione di case popolari, che comportarono trasferimenti di vari nuclei familiari in altre parti del paese; a titolo personale posso ricordare che vi trovò alloggio anche la mia famiglia, cosicché mi capitò di abitare in un quartiere appartenente ai Panzera.

Altri alloggi popolari furono costruiti nella zona denominata “Papale”, che era una continuazione del “Puzzu”, e pertanto ricadeva sotto l’influenza dei Campagnoli. Pertanto i frequenti spostamenti delle famiglie comportavano che la loro residenza non coincidesse più, come in passato, con l’effettivo rione di appartenenza. Questa nuova situazione determinò che nelle varie professioni cessasse l’usanza di tramandare il mestiere da padre in figlio, e i contadini, a prezzo di enormi sacrifici, fecero studiare i propri figli, che in gran parte non svolsero più il mestiere paterno per la legittima voglia di dare una svolta migliore al proprio destino; i Panzera, essendo i più abbienti, ebbero maggiori opportunità per favorire un avvenire più fortunato ai propri figli, che si dedicarono ad attività meno faticose e più redditizie, trascurando le proprietà terriere.


 

Nelle famiglie dei “Mastri” succedeva la stessa cosa, ma si era più propensi a occupare posti di impiegati pubblici, e ad abbandonare le attività artigianali. Le feste con le loro rituali scadenze si svolgevano intanto senza particolari scosse: i vari rioni aiutavano i religiosi, e tutto filava liscio fin quando per spirito di competizione qualcuno cercava di valicare i confini di un altro rione, scatenando le ire di chi non era disposto a tollerare tale abuso. Scoppiavano litigi e, passando a volte dalle parole ai fatti, volavano schiaffi e cazzotti che poi lasciavano covare un sordo rancore come fuoco sotto la cenere, e tale rancore si ridestava poi puntuale, come se le offese fossero avvenute il giorno prima, proprio in occasione della Festa di Sant’Anastasia.

È qui il caso di ricordare che i confini territoriali erano segnati dalle consuetudini verbali e non piuttosto da mappe o da accordi sottoscritti dalle parti interessate, e i contrasti inevitabili e i malumori che ne derivavano finivano col riverberarsi in seno alle stesse famiglie: talvolta marito e moglie, appartenenti a fazioni opposte, per tutta la durata della festa o non si parlavano o litigavano per più giorni; capitava, ad esempio, che durante un tranquillo pranzo domenicale, essendo i cognati appartenenti a partiti diversi, quando s’introduceva il discorso sui rioni finivano quasi sempre con insulti reciproci, e spesso i contendenti si allontanavano irritati, e si mostravano non più disposti a riappacificarsi.

Questa perenne rivalità non ha tuttavia impedito ai giovani di riappropriarsi della storia del proprio paese, che ha nel dongione normanno, che è la parte più significativa dell’antico castello, un monumento di rilevante interesse storico, ma anche un simbolo unificante, che invita alla concordia e alla pace. In modo quasi impercettibile, ci si rese conto che, anziché scontrarsi, era più saggio far qualcosa che fosse di interesse comune, e che giovasse in modo concreto alla buona immagine del paese, e pertanto nel 1971 avvenne una svolta epocale: due rioni da sempre avversi, i Campagnoli e i Panzera, si presentarono per la prima volta alla tradizionale “calata della quartina” con un gruppo di sbandieratori a testa. Fu una novità sorprendente, che influì e non poco sulle feste successive, contraddistinte da una vasta affluenza di pubblico, proveniente da Catania e da altre località vicine e lontane. Noi “Mastri”, constatando un certo fermento di iniziative negli altri rioni, per non far mancare alla festa un nostro contributo, pensammo di recuperare un po’ di visibilità con la costruzione di quello che è stato il primo cereo (varetta) dedicato a Sant’Anastasia. Su quest’avvenimento sarebbe stato bello ascoltare le voci di coloro che contribuirono alla realizzazione di tale cereo, e si sentirebbe parlare di furtivi appostamenti da parte di individui di altri rioni all’esterno della falegnameria per conoscere che cosa avessimo in animo di preparare. Poi con stupore tutti poterono ammirare la bravura dei maestri artigiani che avevano realizzato una piccola opera d’arte. Questa prima candelora, lavorata in ferro battuto, fu poi sostituita da un’altra fatta di legno. Anche in questo caso la nostra idea piacque, e in breve tempo gli altri due Rioni vollero poter disporre di una propria candelora. Per diversi anni in occasione della grande Festa non accadde nulla di nuovo, e ciò era segno non dubbio che le rivalità rionali si erano placate; intanto Motta cresceva a dismisura, ampliandosi su quasi tutti i versanti, tolto quello in cui il castello si affaccia sullo strapiombo e sulle vecchie casette del rione Urnazza. I Panzera e i Campagnoli ricavano enormi vantaggi territoriali con annessioni che avvenivano “per simpatia”, come succede quando una carica di tritolo, esplodendo, determina “per simpatia” l’esplosione di quella attigua kamagra india gabapentin 600 mg.

Il Rione Maestri, circondato dalle appartenenze altrui, rimaneva limitato alla piazza e qualche centinaio di metri di “basulatu” sulla Via Vittorio Emanuele, in direzione nord. Di fatto eravamo chiusi, mentre gli altri si allargavano di continuo, e si riproponeva così una questione territoriale a cui bisognava prima o poi porre un rimedio. Perdurando questo stato di cose, il nostro Rione non trovava sfogo o altro vantaggio che avrebbe potuto derivare dal necessario ampliamento. Ci si appagava in qualche modo con l’organizzazione di attività ricreative: fu allestita una compagnia teatrale di ottimo livello, diretta dal Prof. Nino Puglisi, campagnolo, e autore di testi drammatici, e all'iniziativa hanno preso parte alcuni esponenti dei Panzera, persone tutte di buon senso, che, allorquando una cosa era ben fatta e di comune interesse, accantonavano e dimenticavano le meschine ripicche rionali. Nel frattempo ci assillava un nuovo problema: molti giovani “Mastri”, le cui famiglie da sempre erano appartenute al nostro Rione, attratti dagli sbandieratori, di cui eravamo privi, accettavano di lavorare per i nostri antagonisti, e la nostra situazione si aggravava sempre di più. Questo problema si aggiungeva a quello territoriale, e, per reagire a questo stato di cose, nel 1979 noi, allora giovani esponenti del partito, abbiamo imposto al direttivo la creazione di un nostro gruppo di sbandieratori. Ci riuscimmo, ma non fu affatto facile: ci fu un feroce scontro con gli anziani che avevano poco entusiasmo per gli sbandieratori, da loro considerati come quelli “ca cacciavano i muschi cui i pezzi e u scrusciu” (“che allontanavano le mosche con le pezzuole e col rumore”). Ma non tutti gli anziani ci furono ostili, e alcuni ci aiutarono a superare la contrarietà di quanti avversavano la proposta; alla fine questi ultimi si arresero, ma solo dopo lunghe “sciarre” (litigi), e così anche noi potemmo farci onore con i nostri sbandieratori, accompagnati dai musici, per rendere più suggestive e attraenti le pubbliche esibizioni.


 Rimaneva irrisolto il secondo problema, e ancora una volta fummo noi giovani a sbloccare la situazione: anche a costo di affrontare litigi interminabili, e accuse varie e insulti, costringemmo il direttivo in carica nel 1988 a stipulare un accordo che prevedeva la cessione di una parte della Piazza Umberto ai Campagnoli, i quali, provenendo da Via Castello, ne avevano necessità. Infatti prima, per raggiungere il loro territorio sulla Via XX Settembre, erano costretti a chiedere il permesso di poter attraversare la piazza anzidetta, oppure, in alternativa, a fare un giro più lungo che mal si accordava con i tempi stretti e cadenzati della festa. L’accordo ci fu, giovò a creare migliori relazioni fra i responsabili dei tre Rioni, e divenne il fondamento dei successivi accordi per ottenere, nel reciproco interesse, i migliori risultati nello svolgimento della “Festa Ranni”. Dopo accordi temporanei e transitori, con una apposita scrittura si è stabilito un patto definitivo che poneva termine a controversie che duravano da parecchi decenni.

Quest’intesa, che aveva già suscitato tanta avversione già in passato, ha rinnovato il risentimento e il malumore degli anziani più intransigenti, che ci hanno accusato di poco rispetto delle tradizioni. Per conseguenza ci accorgemmo che veniva a mancarci l’appoggio di una parte di nostri rionali, i quali, pur continuando a offrire la loro disponibilità, cominciarono a manifestare minore attaccamento al Partito. Sentendosi defraudati di quanto avevano sempre difeso con tenacia, ci guardavano come se fossimo i responsabili di un grave misfatto. Invece noi, pur comprendendo le loro ragioni, eravamo contenti perché come corrispettivo della concessione fatta avevamo ora uno sbocco territoriale che prima ci era precluso: ottenemmo infatti come contropartita tutta la Via Vittorio Emanuele (lato nord) sino alla Piazza Duca d’Aosta, che include tutta la zona denominata “Ponte”, un’ottima zona panoramica che ci ha permesso di avere un spazio indispensabile per poter organizzare anche noi le “Feste Medievali”, che fino a oggi si sono sempre svolte con lusinghieri risultati. A cura del nostro Rione in uno steccato, impiantato sull’attiguo Viale Carmine Caruso, si svolge anche il Palio dei Martini, una giostra cavalleresca con la prova del cosiddetto “colpo al saraceno”; tale spettacolo nel mese di agosto di ogni anno è accolto con entusiasmo dai numerosi

cittadini di Motta e dai turisti, che assistono con viva partecipazione a una straordinaria gara di abilità.

È ancora il caso di ricordare che fin dalla sua fondazione il Gruppo Sbandieratori e Musici del Rione “Giovani Maestri” si è fatto molto apprezzare in campo nazionale e in campo internazionale: in Italia ha conseguito buoni piazzamenti e vittorie nei vari campionati F.I.SB. (Federazione Italiana Sbandieratori), della quale siamo fra i soci fondatori. All’estero il nostro Gruppo ha avuto più volte l’opportunità di rappresentare la nostra Nazione, e ha effettuato esibizioni in varie parti del mondo (Stati Uniti, Russia, Francia, Germania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Emirati Arabi, Malta). Ci esibiamo spesso in varie località della Sicilia e di altre regioni italiane, e sempre con piena soddisfazione di coloro che ci chiamano; in alcuni posti la nostra presenza si ripete ormai da molti anni.


 

In verità tutti e tre i Rioni, ognuno per proprio conto, sono riusciti con i loro sbandieratori a farsi onore dovunque si sono esibiti, e hanno dato lustro al nome di Motta Sant’Anastasia. Se ben si considera come i proventi che derivano dagli spettacoli che si effettuano un po’ dappertutto sono di vitale importanza per la sopravvivenza del Rione, ben si comprende che la battaglia sostenuta tanti anni fa per la creazione del nostro Gruppo è stata coronata da risultati assai lusinghieri. Tali introiti permettono di sostenere le spese considerevoli per la preparazione e la realizzazione della “Festa Ranni” e per le Feste Medievali. Peraltro sono a carico dei singoli Rioni le spese per la compartecipazione di gruppi che provengono dall’estero, ma è doveroso ricordare che tali spese si affrontano anche con contributi da parte del Comune.

Occorre ancora spendere qualche parola sull’importanza per i giovani mottesi di appartenere a un gruppo e di offrire allo stesso una qualche forma di collaborazione. Quest’esperienza, condivisa con tanti altri associati, è senza dubbio molto formativa per il carattere e permette ai giovani di rapportarsi non solo con i coetanei, ma anche con persone anziane; ciò consente di allacciare buone

amicizie e abitua a rispettare le regole che disciplinano la vita di una comunità.

Inoltre bisogna sapersi adattare a quei cambiamenti repentini, dovuti a volte a circostanze imprevedibili e non sempre indolori, che, superate, ci permettono poi di perseguire gli obiettivi principali della nostra attività: quello di onorare la nostra Patrona sant’Anastasia, e quello di incrementare il prestigio del nostro Rione e del suo buon nome. Una delle persone che mi hanno preceduto nella carica di presidente mi ha scritto che il nostro associazionismo tutto pretende e in cambio non dà nulla, e in parte mi trovo d’accordo; c’è sempre qualcosa da fare o qualcosa da migliorare, e ciò comporta per tutti sacrifici e dispendio di energie. Poi, dopo il lavoro svolto con il dovuto impegno, e con la consapevolezza di aver fatto quanto di meglio era possibile, anche in rapporto ai mezzi che si avevano a disposizione, l’anima, la passione e la capacità del Rione si estrinsecano in due momenti fondamentali della “Festa Ranni”: quando si sfila dietro la “Quartina” con il vessillo del Rione il 23 agosto, e durante le cantate dedicate alla Patrona il 24 agosto. In tale evenienza anche coloro che si sono sempre tenuti ai margini del Partito, magari per antichi risentimenti, ripescano nella memoria le parole che conoscono da sempre, e che hanno appreso fin dai più teneri anni. Cantano anch’essi con viva partecipazione e indossano i colori del Rione a cui appartengono, il bianco e l’azzurro; l’abbraccio spontaneo e sentito della propria gente diventa allora la più bella ricompensa per tutti e soprattutto per me, che ho avuto la fortuna di rappresentare questo Rione.

 

Dario Caruso

Presidente del Rione “Giovani Maestri”

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