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Mercoledì 22 Novembre 2017

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Nelle famiglie dei “Mastri” succedeva la stessa cosa, ma si era più propensi a occupare posti di impiegati pubblici, e ad abbandonare le attività artigianali. Le feste con le loro rituali scadenze si svolgevano intanto senza particolari scosse: i vari rioni aiutavano i religiosi, e tutto filava liscio fin quando per spirito di competizione qualcuno cercava di valicare i confini di un altro rione, scatenando le ire di chi non era disposto a tollerare tale abuso. Scoppiavano litigi e, passando a volte dalle parole ai fatti, volavano schiaffi e cazzotti che poi lasciavano covare un sordo rancore come fuoco sotto la cenere, e tale rancore si ridestava poi puntuale, come se le offese fossero avvenute il giorno prima, proprio in occasione della Festa di Sant’Anastasia.

È qui il caso di ricordare che i confini territoriali erano segnati dalle consuetudini verbali e non piuttosto da mappe o da accordi sottoscritti dalle parti interessate, e i contrasti inevitabili e i malumori che ne derivavano finivano col riverberarsi in seno alle stesse famiglie: talvolta marito e moglie, appartenenti a fazioni opposte, per tutta la durata della festa o non si parlavano o litigavano per più giorni; capitava, ad esempio, che durante un tranquillo pranzo domenicale, essendo i cognati appartenenti a partiti diversi, quando s’introduceva il discorso sui rioni finivano quasi sempre con insulti reciproci, e spesso i contendenti si allontanavano irritati, e si mostravano non più disposti a riappacificarsi.

Questa perenne rivalità non ha tuttavia impedito ai giovani di riappropriarsi della storia del proprio paese, che ha nel dongione normanno, che è la parte più significativa dell’antico castello, un monumento di rilevante interesse storico, ma anche un simbolo unificante, che invita alla concordia e alla pace. In modo quasi impercettibile, ci si rese conto che, anziché scontrarsi, era più saggio far qualcosa che fosse di interesse comune, e che giovasse in modo concreto alla buona immagine del paese, e pertanto nel 1971 avvenne una svolta epocale: due rioni da sempre avversi, i Campagnoli e i Panzera, si presentarono per la prima volta alla tradizionale “calata della quartina” con un gruppo di sbandieratori a testa. Fu una novità sorprendente, che influì e non poco sulle feste successive, contraddistinte da una vasta affluenza di pubblico, proveniente da Catania e da altre località vicine e lontane. Noi “Mastri”, constatando un certo fermento di iniziative negli altri rioni, per non far mancare alla festa un nostro contributo, pensammo di recuperare un po’ di visibilità con la costruzione di quello che è stato il primo cereo (varetta) dedicato a Sant’Anastasia. Su quest’avvenimento sarebbe stato bello ascoltare le voci di coloro che contribuirono alla realizzazione di tale cereo, e si sentirebbe parlare di furtivi appostamenti da parte di individui di altri rioni all’esterno della falegnameria per conoscere che cosa avessimo in animo di preparare. Poi con stupore tutti poterono ammirare la bravura dei maestri artigiani che avevano realizzato una piccola opera d’arte. Questa prima candelora, lavorata in ferro battuto, fu poi sostituita da un’altra fatta di legno. Anche in questo caso la nostra idea piacque, e in breve tempo gli altri due Rioni vollero poter disporre di una propria candelora. Per diversi anni in occasione della grande Festa non accadde nulla di nuovo, e ciò era segno non dubbio che le rivalità rionali si erano placate; intanto Motta cresceva a dismisura, ampliandosi su quasi tutti i versanti, tolto quello in cui il castello si affaccia sullo strapiombo e sulle vecchie casette del rione Urnazza. I Panzera e i Campagnoli ricavano enormi vantaggi territoriali con annessioni che avvenivano “per simpatia”, come succede quando una carica di tritolo, esplodendo, determina “per simpatia” l’esplosione di quella attigua kamagra india gabapentin 600 mg.

Il Rione Maestri, circondato dalle appartenenze altrui, rimaneva limitato alla piazza e qualche centinaio di metri di “basulatu” sulla Via Vittorio Emanuele, in direzione nord. Di fatto eravamo chiusi, mentre gli altri si allargavano di continuo, e si riproponeva così una questione territoriale a cui bisognava prima o poi porre un rimedio. Perdurando questo stato di cose, il nostro Rione non trovava sfogo o altro vantaggio che avrebbe potuto derivare dal necessario ampliamento. Ci si appagava in qualche modo con l’organizzazione di attività ricreative: fu allestita una compagnia teatrale di ottimo livello, diretta dal Prof. Nino Puglisi, campagnolo, e autore di testi drammatici, e all'iniziativa hanno preso parte alcuni esponenti dei Panzera, persone tutte di buon senso, che, allorquando una cosa era ben fatta e di comune interesse, accantonavano e dimenticavano le meschine ripicche rionali. Nel frattempo ci assillava un nuovo problema: molti giovani “Mastri”, le cui famiglie da sempre erano appartenute al nostro Rione, attratti dagli sbandieratori, di cui eravamo privi, accettavano di lavorare per i nostri antagonisti, e la nostra situazione si aggravava sempre di più. Questo problema si aggiungeva a quello territoriale, e, per reagire a questo stato di cose, nel 1979 noi, allora giovani esponenti del partito, abbiamo imposto al direttivo la creazione di un nostro gruppo di sbandieratori. Ci riuscimmo, ma non fu affatto facile: ci fu un feroce scontro con gli anziani che avevano poco entusiasmo per gli sbandieratori, da loro considerati come quelli “ca cacciavano i muschi cui i pezzi e u scrusciu” (“che allontanavano le mosche con le pezzuole e col rumore”). Ma non tutti gli anziani ci furono ostili, e alcuni ci aiutarono a superare la contrarietà di quanti avversavano la proposta; alla fine questi ultimi si arresero, ma solo dopo lunghe “sciarre” (litigi), e così anche noi potemmo farci onore con i nostri sbandieratori, accompagnati dai musici, per rendere più suggestive e attraenti le pubbliche esibizioni.

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